
SemiLiberi nasce alla fine del 2015, come sviluppo di un lavoro già da tempo intrapreso da L’Ovile sul fronte dell’inserimento lavorativo delle persone detenute, introducendo però un cambio di prospettiva netto: non più soltanto accompagnare chi può lavorare all’esterno, ma portare il lavoro dentro e renderlo parte della vita ordinaria in carcere.
Dieci anni sono un traguardo che vale la pena festeggiare, non per autocompiacersi, ma perché mantenere continuità nel lavoro in carcere è tutt’altro che scontato. Sono stati anni di presenza quotidiana, di aggiustamenti, di scelte che hanno permesso di tenere aperto uno spazio di lavoro e di dignità dentro un sistema rigido, complesso e spesso poco incline al cambiamento. Per ripercorrere questo percorso abbiamo parlato con Massimo Caobelli, coordinatore di SemiLiberi, che ha seguito il progetto fin dalle sue fasi iniziali.
L’Ovile ha sempre lavorato sull’inserimento lavorativo delle persone detenute. Basti pensare che il primo lavoratore della cooperativa, al momento della sua fondazione, era una persona detenuta in articolo 21, la misura che consente di svolgere attività lavorative all’esterno del carcere. Ad un certo punto è emersa l’esigenza di estendere queste opportunità anche all’interno, e abbiamo cominciato a ricercare spazi per avviare attività lavorative in carcere. L’idea iniziale era quella di partire da lavorazioni semplici, come piccoli assemblaggi. Poi è arrivata un’occasione concreta: un’azienda che già collaborava con la cooperativa aveva una lavorazione in legno che non riusciva più a seguire, alcuni tavoli ripristinare, particolari, di ottima qualità. Quel lavoro è diventato il punto di partenza. Da lì è nata la falegnameria, attorno alla quale ha iniziato a prendere forma SemiLiberi.
All’inizio ero da solo, senza sostituzioni, e senza una formazione tecnica, non avevo mai fatto falegnameria. Ho imparato facendo, anche grazie ai tutorial, anni di teatro mi hanno aiutato a reggere l’improvvisazione! L’obiettivo però era chiaro fin da subito: non doveva essere un’attività simbolica, ma un lavoro vero, con consegne, tempi e responsabilità.
Nel lavoro e nella formazione in carcere, spesso, gran parte del tempo si perde nell’attesa: l’agente, le chiavi, le persone che devono essere chiamate… È un tempo sospeso che rende difficile dare continuità a qualsiasi attività. Nel nostro caso la situazione era anche delicata, perché la falegnameria si trovava in un corridoio isolato, con attrezzature potenzialmente pericolose. In poco tempo, però, ci sono state affidate le chiavi della falegnameria: questo ha permesso di entrare, lavorare con continuità, organizzare la giornata in autonomia. È stata una scelta di fiducia che ha fatto una differenza concreta.

All’inizio avevamo un’attrezzatura molto limitata, alcuni strumenti li abbiamo trovati nei sotterranei del carcere, ancora imballati e mai utilizzati dagli Novanta. Con quelli abbiamo fatto i primi lavori. Negli anni il carcere stesso ha investito nel progetto, e oggi la falegnameria è diventata più strutturata, con lavorazioni complesse. Questo ha comportato, inevitabilmente, anche una maggiore selezione delle mansioni e delle persone coinvolte. Per questo il lavoro in falegnameria è stato affiancato da altre attività, come l’assemblaggio meccanico, che ha permesso di gestire i cali di lavoro e di coinvolgere persone con competenze diverse.

Intorno al carcere c’erano circa tre ettari di terra: uno spazio particolare, tra il muro di cinta e la recinzione, non completamente dentro e non completamente fuori. Ci è venuta l’idea di coltivarlo e anche in questo caso si è imparato facendo. In quella fase sono nati anche il nome e il logo di SemiLiberi, ideati insieme alle lavoratrici e ai lavoratori socio-occupazionali. Abbiamo iniziato a vendere le verdure in piazza Fontanesi, ma ci siamo presto resi conto dell’entità degli scarti: prodotti non adatti alla vendita che rischiavano di andare persi. Da lì è nata l’idea di utilizzare uno spazio vicino ai campi, un ex spogliatoio della Polizia Penitenziaria, come laboratorio alimentare. L’ASL ci ha indicato come organizzare il ciclo di lavorazione e sono stati acquistati i macchinari necessari, come un forno a vapore per la pastorizzazione. Anche qui la scelta è stata chiara: produzione artigianale, non per raggiungere i grandi numeri, ma per creare lavoro. Il tempo impiegato conta più del volume prodotto.

Il lavoro serve a stare meglio. Quando una persona detenuta non è impegnata, tende a fissarsi sulla propria situazione: i giorni che mancano, l’avvocato, la famiglia, i problemi fuori. È una condizione pesante. Il lavoro permette di concentrarsi su altro, seguire una giornata strutturata, crearsi una routine. Quando si entra in falegnameria, in laboratorio, quando si mettono le scarpe antinfortunistiche e la maglia da lavoro, non si è più in carcere. Mentalmente è un altro spazio. Le regole sono quelle di un luogo di lavoro. Può sembrare paradossale per chi sta fuori ma ci sono persone che vivono il venerdì con fatica, perché sanno che il sabato e la domenica non lavoreranno.
La fiducia è una base necessaria, ma non va confusa con l’ingenuità. La fiducia viene data, ma sta alle persone decidere cosa farne. La seconda possibilità per noi è una pratica, non uno slogan. La terza non è automatica: dipende dal percorso, dalla consapevolezza di ciò che si è avuto e di ciò che si è messo in gioco. C’è poi una dimensione più ampia. Le persone detenute non sono isolate: hanno famiglie, figli, relazioni, e prima o poi escono. Se durante la detenzione non c’è stato un percorso di responsabilità, di lavoro, di relazione e, appunto, di fiducia, fuori difficilmente cambia qualcosa.
La consapevolezza che bisogna essere pronti a ricominciare. Il nostro è un progetto bellissimo ma fragile. Ci sono momenti in cui sembra che tutto stia per saltare, in cui prende la tentazione di mollare, ma restare e attraversare la crisi permette di rimettere insieme i pezzi in modo diverso, di reinventarsi. È una dinamica che risuona con ciò che accade in carcere, dove i percorsi personali sono interrotti e non lineari, e dove sapersi ricostruire un senso, un ruolo, delle possibilità non è un esito garantito, ma un lavoro quotidiano durante e dopo il carcere.