
Ci sono momenti nel lavoro educativo che non si possono programmare, in cui il tempo sembra fermarsi e accade qualcosa di raro: uno scambio autentico, profondo, capace di ribaltare i ruoli, per cui non siamo più noi operatori a guidare, ma le persone che accompagniamo ogni giorno. È quello che è successo durante la visita alla mostra di Margaret Bourke-White ai Chiostri di San Pietro e nel successivo dialogo tra utenti del progetto Semiliberi e del socio-occupazionale. L’esperienza è nata da un input del progetto “L’arte mi appartiene”, sviluppata dal Centro Socio Occupazionale Ecocreativo de L’Ovile, in collaborazione con FCR – Farmacie Comunali Riunite e Palazzo Magnani. Il nostro obiettivo era promuovere empatia e apertura; non immaginavamo che saremmo stati noi, per primi, a ricevere una lezione.
Davanti alla fotografia di Mahatma Gandhi, A.F. ha parlato di guerra, di pace, di speranza. Le sue parole non erano teoriche ma nascevano da una vita ferita, da un percorso di errore e di ricostruzione. «Ci vuole coraggio a stare in carcere, ma ancora di più a uscire», ha detto, facendoci dimenticare in quel momento ogni significato del concetto di fragilità. Abbiamo visto un uomo che non si definisce attraverso il proprio sbaglio, ma attraverso il desiderio di fare qualcosa di bello. Un uomo che parla di perdono, responsabilità, impegno, famiglia. E abbiamo visto qualcosa che spesso dimentichiamo: la forza delle persone nonostante le ferite.
La conversazione è proseguita. F.B. ha raccontato la paura di uscire, di sentirsi osservata. M.R. la fatica nelle relazioni. Ognuno ha condiviso una parte di sé. Poi è accaduto qualcosa di potente. A.F. ha sostenuto F.B., M.R. ha incoraggiato il gruppo. Le parole hanno iniziato a circolare in modo spontaneo, generando fiducia.
Noi operatori eravamo lì, in ascolto, e ci siamo accorti che stavamo assistendo a un vero ribaltamento. Non eravamo noi a insegnare, erano loro.
A un certo punto K.P. ha detto una frase che ci ha colpiti profondamente: «La felicità non è fare quello che voglio quando ne ho voglia. La felicità è fare ciò che dà senso alla mia vita».In quel momento abbiamo percepito tutta la profondità di questo pensiero, di un concetto che molte persone considerate “normali” non colgono.
K.P. ha poi raccontato anche quanto, nei momenti difficili, la aiuti la dimensione spirituale: la speranza in Dio, o nell’universo, secondo la sensibilità di ciascuno. Ci ha parlato dei mantra che recita quando attraversa momenti di fatica, come un modo per ritrovare forza, centratura e fiducia nel futuro. È stato uno di quei momenti in cui il lavoro educativo smette di essere un ruolo e diventa un incontro umano, ci siamo sentiti commossi, toccati, grati.
Spesso raccontiamo il nostro lavoro parlando di progetti, obiettivi, inclusione, percorsi. Tutto questo è importante, ma ciò che viviamo ogni giorno è qualcosa di più.
È vedere una persona che trova parole di speranza per un’altra, è assistere a una crescita reciproca, è imparare a guardare oltre le etichette. Quel giorno abbiamo visto la bellezza di chi accoglie, sostiene, incoraggia. Abbiamo visto A.F. prendersi cura degli altri, con delicatezza e attenzione. Abbiamo visto persone che, nonostante la fatica, non si sono lasciate piegare dalla vita, e abbiamo capito, ancora una volta, quanto siamo fortunati.
Fortunati perché questo lavoro ci permette di incontrare umanità vera.
Fortunati perché ogni giorno possiamo imparare.
Fortunati perché ci viene affidata la parte più fragile e più preziosa delle persone.
Il progetto ci ha ricordato che l’empatia non si insegna soltanto, ma si vive, si costruisce negli spazi di fiducia, nel tempo condiviso, nella presenza quotidiana.
Come cooperativa, questo è il nostro valore più grande: credere nelle possibilità, anche quando non sono visibili, e lasciarci cambiare da ciò che incontriamo.
Forse è questo il senso profondo del nostro lavoro: non solo accompagnare, ma essere accompagnati; non solo educare, ma lasciarsi educare; custodendo questi momenti, perché sono la radice della nostra identità.