
Un nuovo servizio affidato a L’Ovile che valorizza e struttura l’esperienza del Centro Anfora nella gestione dei conflitti e nei percorsi di giustizia riparativa.
È stato presentato nelle scorse settimane il nuovo Centro di Giustizia Riparativa di Reggio Emilia, che entrerà in funzione a breve negli spazi de La Polveriera, in piazzale Oscar Romero. Si tratta di uno dei 36 centri attivati a livello nazionale nell’ambito della riforma della giustizia penale e rappresenterà un punto di riferimento per il distretto della Corte d’Appello di Bologna.
I programmi sono accessibili in modo gratuito, volontario e riservato e si rivolgono a persone coinvolte in un reato, ai loro familiari e alle comunità interessate. Il servizio è promosso dal Comune di Reggio Emilia con il sostegno del Ministero della Giustizia e sarà gestito dalla cooperativa L’Ovile. Le attività saranno realizzate attraverso Anfora, il progetto de L’Ovile che da anni si occupa di mediazione dei conflitti e giustizia riparativa. Ne abbiamo parlato con Maurizio Gozzi, responsabile del Centro per L’Ovile e mediatore iscritto all’elenco nazionale del Ministero della Giustizia.
L’Ovile ha scommesso sulla Giustizia Riparativa già da molti anni, come strumento per la gestione dei conflitti anche extra-penali, oltre che penali, anche prima delle riforme strutturali prodotte dalla legge Cartabia
Dal 2010 abbiamo iniziato a lavorare sulla mediazione umanistica, sulla mediazione penale e sulla giustizia riparativa, accompagnati anche da un comitato scientifico con docenti universitari, per riflettere sui percorsi alternativi e paralleli alla pena detentiva, legati alla commissione di un reato e alla creazione di una frattura sociale. Tra il 2014 e il 2015 abbiamo realizzato un corso di formazione di circa 250 ore che ha formato 19 mediatori, e dal 2015 abbiamo avviato percorsi all’interno di progetti di mediazione sociale con il Comune e in specifici progetti di giustizia riparativa, a volte in forma gratuita, anche grazie al lavoro volontario dei mediatori.
Nel 2016 abbiamo stipulato il primo protocollo in Italia con l’Ufficio Esecuzione Penale Esterna di Reggio Emilia per i percorsi di giustizia riparativa nella messa alla prova degli adulti: un’attività inizialmente poco strutturata e non finanziata, ma che ci ha permesso di acquisire esperienza e far funzionare il centro. Da lì abbiamo proseguito con ulteriori progetti in collaborazione con il sistema penitenziario e con interventi rivolti anche a minori autori di reato.
La giustizia riparativa è un paradigma di giustizia parallelo a quello retributivo: se la giustizia retributiva risponde ad un male attribuendo una pena proporzionata, la giustizia riparativa parte dal presupposto che il reato crea una frattura nel sistema sociale e nelle relazioni, e si pone il tema di consentire alle parti di affrontare quella frattura e di capirne gli spazi di riparazione. Non c’è nessuna illusione di ripristinare quello che c’era prima: quanto esce da una riparazione non corrisponde mai a quello che era prima della rottura. È come uno strappo in un vestito, come una cicatrice, come un vaso rotto che viene ricomposto: quello che ne esce può tornare a funzionare come vaso, pur essendo diverso da prima. Finché non si ripara, però, non potrà mai diventare qualcos’altro: restano solo i cocci.
Un percorso di giustizia riparativa si sviluppa sempre a partire da un principio fondamentale: nessuno è obbligato a incontrarsi o a proseguire. È una possibilità per trovare delle strade riparatorie, che non sono solo o non sono tanto risarcitorie, dal momento che a molte vittime non basta il risarcimento e non basta la pena, perchè restano domande, paure, angosce. È uno strumento che nasce anche per consentire loro di avere una voce che il sistema penale non dà. In concreto, il percorso viene accompagnato da uno o più mediatori e prevede una prima fase di colloqui individuali separati, in cui le persone coinvolte possono raccontare quanto accaduto, esprimere i propri bisogni e capire se desiderano proseguire. Solo se tutte le parti sono d’accordo, si può arrivare a un eventuale incontro, sempre mediato, in cui viene dato spazio al racconto dell’esperienza vissuta e alle conseguenze del reato.
Da questo processo può nascere una forma di riparazione condivisa, che può assumere forme diverse: un gesto, un impegno concreto, un’azione simbolica o materiale, qualcosa che abbia senso per le persone coinvolte. Il percorso può svolgersi in diverse fasi del procedimento penale e i suoi esiti possono essere tenuti in considerazione dall’autorità giudiziaria, senza però sostituire il percorso penale.
Con la legge Cartabia è stato fatto un lavoro a livello ministeriale per definire i livelli essenziali delle prestazioni dei centri di giustizia riparativa. È stata fatta una ricognizione a livello nazionale dei soggetti che avevano già le caratteristiche per rispondere a questi livelli, e tra questi c’eravamo anche noi. All’interno di questo quadro, il Comune di Reggio Emilia, come ente attuatore a livello territoriale, ha pubblicato un bando per l’attivazione del centro, a cui abbiamo partecipato.
Quello che dovremo fare adesso è mettere in campo questi livelli essenziali di prestazione, quindi programmi di giustizia riparativa legati al procedimento penale prima, durante e dopo il processo, e potenzialmente anche in fase di esecuzione penale. Parliamo di un monte di circa 4.800 ore annue di mediazione, che dà una struttura molto più solida a un lavoro che prima era più estemporaneo e più faticoso.
Anfora però non fa solo il centro di giustizia riparativa del Ministero. Continueremo a portare avanti anche tutte le attività extra penali: progetti sul territorio, collaborazioni con i Comuni, con associazioni, interventi nei contesti sociali e percorsi legati alla gestione dei conflitti anche al di fuori dell’ambito penale.
La diffidenza è all’ordine del giorno, anche perché si tratta di uno strumento ancora poco conosciuto, e non credo esistano argomentazioni teoriche sufficientemente forti per convincere chi parte da una posizione scettica. Spesso la giustizia riparativa viene percepita come una scorciatoia per ottenere una riduzione della pena o come un approccio “buonista” al reato. In realtà, il percorso va nella direzione opposta. Anche quando una persona vi accede inizialmente in modo strumentale, si trova comunque di fronte alla necessità di mettersi in gioco rispetto a quanto accaduto: non tanto sul piano formale della colpa, quanto su quello della responsabilità verso le conseguenze delle proprie azioni. Il confronto con la persona offesa, con la sua esperienza e con ciò che il reato ha prodotto, introduce una dimensione umana che difficilmente può essere elusa.
È proprio questo passaggio a modificare la prospettiva. Dove la giustizia riparativa è utilizzata da anni, come negli Stati Uniti, contribuisce notevolmente alla riduzione della recidiva. Più in generale, tutti gli strumenti che favoriscono una presa di coscienza e un reale reinserimento sociale tendono a essere più efficaci della sola pena detentiva, che spesso non intercetta le conseguenze umane del reato.
Ma finché resta un discorso teorico, è difficile coglierne fino in fondo il senso. È nell’esperienza diretta che questo approccio diventa comprensibile, mostrando la sua capacità di incidere non solo sui singoli percorsi, ma anche sulla qualità delle relazioni e sulla tenuta del tessuto sociale, nel penale ma anche nei conflitti quotidiani. Per questo, di fronte allo scetticismo, io invito sempre “Venite a comporre un vostro conflitto da noi, e poi ne riparliamo”!